TORINO FOOD

sabato 6 giugno 2009



Domenica tranquilla di maggio. Che bello andare al Valentino la mattina presto, quando non c'è ancora troppa gente in giro e l'aria è ancora piacevolmente freschetta, passeggiare sereni per il lato "mancino" del parco, quello che da Corso Moncalieri si dipana fino a Corso Casale, il lato meno battuto perchè privo di castelli, chioschi, cigni e altre attrattive tipicamente da parco e dove invece abbondano le tranquille bocciofile, fino agli anni '70 floridi ritrovi di amanti delle bocce e relative famiglie e ora tristemente vuote e quasi relegate al solo ruolo di ristoranti per cerimonie, senza neanche troppa fortuna. Questo lato del Valetino mi è particolamente caro e gradito, forse non solo perchè mio padre si recava con noi, la sua famiglia, ogni domenica alla Bocciofila Crimea, di cui era socio, per l'immancabile partita a bocce d'estate o a carte o scacchi d'inverno, ma anche perchè, oltre al pregio di non essere troppo frequentato da umanità varia, è anche, secondo me, uno dei luoghi più belli e dei panorami migliori che il Valentino possa offrire. Peccato che sì, sia effettivamente frequentato da relativamente poca umanità, ma molto abbondantemente dalla razza canina. E dico purtroppo non solo perchè, lo confesso, non ho troppa simpatia per i cani, che non sono nelle mie corde come lo sono invece ad esempio i gatti, ma perchè queste povere bestiole hanno anche il difetto di possedere dei padroni zotici e sporcaccioni.

Tali padroni, infatti, hanno trasformato questo lato del Valentino in una latrina per cani. Tutti i cani del circondario, ma non solo, credo, dato il loro numero, si danno appuntamento per espletare le loro legittime funzioni fisiologiche in questo tratto del parco: il novantanove per cento delle persone che passeggiano da queste parti ha al suo seguito relativo cane da far orinare o defecare. E non mi azzardo nemmeno a far presente che ci andrebbe l'apposita palettina con tanto di sacchetto per ripulire, so già che il più gentile tra questi padroni di cani mi risponderebbe che nei "prati" non c'è motivo di usare nessuna palettina, legge o non legge, di farmi furba, di non rompere le scatole e girare alla larga, io e le mie fisime. Ormai, per questi signori, usufruire di uno dei più bei luoghi di Torino come bagno personale del loro fido è un diritto acquisito e incontestabile, che solo qualche pazzo può mettere ancora in discussione. E così puntualmente assisto allo scempio, impotente: decine di cani scorrazzano, e soprattutto defecano, durante l'arco di tutto la giornata, per i verdi prati del parco, seguiti dai loro sorridenti e soddisfatti padroni, rigorosamente senza palettina. Cammino pensierosa per il sentiero, chiededomi cosa diavolo aspetta il nostro sindaco a mettere almeno un cartello per impedire questo schifo. Cammino nell'aria tersa del mattino. Una bimba senza cane, ma con fratellino più piccolo che si accinge ignaro a sdraiarsi nell'erba verde del parco, ammonisce il piccolo: "No, vieni subito via di lì che è tutto pieno di cacche di cane!!" E' giusto, è un diritto acquisito: il parco è dei cani, non dei bambini!


sabato 23 maggio 2009

La pazza di Via Garibaldi


In via Garibaldi, qui a Torino, c'è una panchina.. come "in via del campo c'è una puttana".
Qui invece c'è una pazza. Di età indefinita, potrà avere 50 anni mal portati, capelli bianchi tagliati corti corti, robusta e mediamente sporca. Si siede sempre sulla seconda panchina di Via Garibaldi, partendo da Piazza Statuto, proprio davanti al bel negozio di scarpe, e guarda la vetrina; lei, che ai piedi ha sempre e solo un paio di vecchie scarpe simili a pantofole tutte lise e consunte. Accanto, sempre un immenso zaino nero, come i suoi vesititi, con dentro, probabilmente, tutte le sue cose.
Lo sguardo torvo, guarda la vetrina e i passanti senza mai un sorriso, di traverso, un'espressione tra il disgusto e lo schifo sul viso.
Nella stessa panchina, sempre in Via Garibaldi, un bambino piccolo in sedia a rotelle, così piccolo, poverino, e una mamma zoppicante, il pomeriggio verso le quattro si prendono un gelato: o meglio, la mamma si siede sulla panchina vicino alla pazza, panchina che è sempre stranamente vuota mentre le altre panchine sono sempre affollate, e dà il gelato con panna al bimbo che, per quanto possa avere sui 5 anni e sia un bellissimo bimbo biondo con occhi verdi e occhialoni da farlo sembrare Harry Potter, ha evidenti problemi motori e quindi non riuscirebbe a mangiare il gelato da solo, come tutti i bimbi della sua età, ma se lo rovescerebbe tutto sui suoi bei vestitini, sempre puliti e stirati. La pazza guarda il bimbo e non gli dice mai nulla, non un sorriso, un saluto, una smanceria, nulla: è pazza. E quindi non ha bisogno di commiserare o di fingersi commossa o di intrattenere public relations come in genere fanno tutti vedendo quel bimbo così piccolo e così carino in sedia a rotelle.
Venerdì pomeriggio, però, la panchina è occupata: c'è una festa in piazza Statuto, c'è un sacco di gente, e due distinti signori, molto per bene e distinti, lui e lei sulla cinquantina, siedono vicino alla pazza e conversano amabilmente. La mamma e il bimbo arrivano come ogni pomeriggio, col gelato che si squaglia a causa del caldo che tocca i 30 gradi e non trovano posto. Allora la mamma, sempre zoppicante, sta in piedi, e dà il gelato al bimbo da così, da in piedi. Il gelato comincia a colare da tutte le parti, però, da quella scomoda posizione; talmente poco funzionale che la maggior parte del cioccolato e delle panna finisce, ad ogni boccone, più sui vestitini che in bocca: fa caldo, il gelato cola, il bimbo è in sedia a rotelle e la mamma in piedi zoppicante china sul bimbo. I due signori perbene continuano a conversare amabilmente. La pazza, senza una parola, senza un sorriso, si alza e se ne va

sabato 16 maggio 2009


Oggi è il mio compleanno e, oltre a ringraziare tutti quelli che mi hanno fatto gli auguri grazie a Facebook, ho anche deciso di festeggiarlo degnamente con il mio bambino, per quanto ancora leggermente moribonda a causa di qualche linea di febbre, spero non suina.
E così mi cimento con la pasta fatta in casa, le orecchiette, che mi è venuto lo sfizio di provare a fare. Ebbene sì, care amiche con blog di cucina, io non sono "del mestiere" come voi, a ma anche a me è sempre piaciuto pacioccare con salse et intingoli, e quindi mi metto di buona lena a preparare le suddette, rigorosamente con acqua e farina di grano duro: eh, sì, mica farina 00 tenera tenera con cui si preparano tonnellate di tagliatelle e tagliolini, morbida e "docile al comando" ("docile al comando" è in realtà una espressione usata nelle aziende dalla funzione personale quando si vuole descrivere una risorsa, alias un impiegato povero cristo: uno dei parametri principali è appunto "docile" o "non docile" al comando; lo so perchè una collega che ha il marito che lavora, appunto, in quella funzione, me lo ha spiattellato!)! E quindi, dicevo, farina di grano duro: un mattone, impossibile da lavorare, e oltretutto, mentre con un pezzo di pasta si terminano appunto, le orecchiette, l'altro pezzo diventa un piccolo blocco di cemento a presa rapida: un incubo! Comunque, una volta terminata l'impresa, comincia il bello: voglio fare al mio bimbo, Gabriele, un buon sughetto, magari di pomodoro e panna, ma...ecco: devo aprire una confezione di pelati, usarne una porzione, in quanto io e lui insieme facciamo in tutto una porzione, e avanzare il resto, che languirà tristemente in frigo finchè non verrà coperto di muffa e poi, allora senza patemi, verrà buttato nella spazzatura. Per non parlare della panna, poi: quella, il passaggio in frigo manco lo fa, troppo deperibile, una volta aperta, bisogna in qualche modo ingozzarsela tutta subito, in gironata; e così quello che doveva essere un pranzo di festa è guastato dall'ombra o dello spreco, alla faccia dei poveracci che muoiono di fame, o dell'ingozzamento forzato.
Ma perchè diavolo non esistono confezioni di cibo monoporzione? O meglio perchè sono così poche? Perchè, con il dilagare delle "famiglie monoparentali" (modo molto politically correct che indica quelle famiglie dove in pratica c'è solo la mamma ad accudire il pupo; i papà monoparentali sono praticamente inesistenti), i produttori di cibo continuano a tararsi solo ed esclusivamnte sulle porzioni per quattro persone? Ma alla tv, queste persone, vedono solo pubblicità del Mulino Bianco? Persino le ricette di cucina sono sempre e solo "per quattro persone". Sì , certo, non essendo del tutto gnocchi in matematica, anzi, semplice aritmetica, facciamo le debite proporzioni, ma le ricette così non quagliano: come si fa a suddividere un uovo in quattro??
Così, fonderò un partito per le porzioni monodose al supermercato! Sono aperte le iscrizioni.

martedì 12 maggio 2009

A questo post non c'è commento fotografico. Non mi sembra il caso.
E' solo una breve riflessione su un fatto di cronaca. 
Cesare Battisti, dal Brasile,  fa sapere che ha il terrore delle carceri italiane e che semmai dovesse essere estradato in Italia  si suiciderebbe senza esitazioni.
E' universalmente noto che le patrie galere sono seconde solamente alle prigioni turche descritte nel film "Fuga di mezzanotte", e che una mammola come il Battisti non può che esserne terrorizzato.
Ma a parte questo, mi chiedo cosa abbia fatto questo personaggio, oltre a scrivere romanzi noir in latitanza e,...ah, sì, essere accusato in Italia di quattro omicidi, per godere della stima di personaggi quali paulo coelho, pennac, nonchè di vari esponenti politici e non a casa dei nostri cugini francesi. Si dice, infatti, ma ovviamente siamo a livello di dicerie,che il Brasile abbia negato l'estradizione grazie anche ai buoni uffici dell'attuale first lady francese, moglie dell'attuale Presidente francese Sarkozy, noto lume della politica internazionale.
E qui mi viene in mente il "ciarpame senza pudore"  della Signora Berlusconi.
Certo, le modelle non vorranno, immagino, essere paragonate a delle umili veline, che al confronto stanno come le frittelle di mele della mamma ai profiteroles di alta pasticceria, per carità, ma in fondo fanno tutte parte dello stesso brodo: il mondo dello spettacolo. Ecco, una volta c'era il connubio mafia-politica, letale. Ora si  è passati ad un connubio "veline (o modelle) / politica". E mi chiedo quale sia più dannoso per il Paese.

venerdì 8 maggio 2009

Ho perso le parole. O forse sono loro che perdono me. (Ligabue)
Ecco, in questi giorni mi sento un po' così, a corto di idee e di parole, forse a causa della stanchezza, o della primavera.
Così, scrivo sul niente; a volte è rilassante essere leggeri, non avere argomenti da portare avanti, non avere opinioni da difendere o sottoporre all'altrui attenzione. E pensare al mare.
Al "mio" mare (come canta Luca Carboni, "sai che ognuno C'HA il suo mare..).
Non nel senso che io abbia la fortuna di essere nata o di vivere in un paese di mare, ma nel senso che ho un mare del cuore, un mare, in Liguria, dove vado ormai da ben quarantacinque anni di fila (e da piccola per ben tre o quattro mesi consecutivi durante il periodo estivo), in un paese che, in estate, sembra essere una succursale di Torino & Milano, forse perchè è il primo paese veramente turistico (non mi sembra il caso infatti di considerare turistica Vado Ligure) che si incontra appena lasciata la A6-Torino - Savona. Questo paese è Spotorno.
A Spotorno, ma in tutta la Liguria devo dire, sembra che le cose, lo scorrere del tempo, abbiano un ritmo diverso, più lento, e non solo durante il periodo estivo (il che sarebbe naturale, considerato che è un periodo di riposo) ma durante tutto l'anno. Molte persone che leggono questo blog, e affezionate quanto me a questo paese ligure, concorderanno con me. Sembra che in Liguria ci sia un'atmosfera come sospesa, che tutte le cose non contino poi così tanto, che gli impegni non siano poi così pressanti, e che si possa vivere senza troppo affanno. Insomma, una specie di avanposto del nirvana! Per quanto d'estate sia inflazionato di noi turisti e comporti la sua bella dose di stress sopportare in spiaggia bimbi maleducati e genitori ancor peggio, rimane comunque un luogo dove, se potessi, mi trasferirei. E non è detto che un giorno non ci riesca, vero Paola? :-)

sabato 2 maggio 2009

L'accordo Fiat-Chrysler è completato. 
E devo dire che, pur non essendo una patriota sfegatata, ne sono fiera doppiamente, in quanto italiana e in quanto facente parte della nostra Fabbrica Italiana Automobili Torino come dipendente.
Devo dire che all'inizio anche io la pensavo come i nostri vicini tedeschi: ma come fa la Fiat ad acquisire parte della Chrysler, l'Italia che acquisisce un pezzo di America, e per di più non un pezzo di America del Sud, ma di quella vera, degli U.S.! Sembrava un errore, un refuso, avrebbe dovuto essere il contrario! E invece no, è proprio così: ma come  è possibile? Beh, Obama ci ha messo ben del suo, con la sua attenzione per l'ambiente, e si è accorto che le vetture americane consumano e inquinano, da quei barconi che sono. E invece le nostre piccole europee, anzi, diciamo meglio, e invece le nostre vetture Fiat da tempo hanno avuto l'obiettivo dell'utilizzo efficiente del carburante, da noi estremamente caro,  e di un grado di emissione di agenti inquinanti minimo. E questo grazie alla politica aziendale lungimirante di Marchionne, forse l'unico vero manager degno di questo nome che si sia visto alle redini di Fiat ultimamente. E dico questo con cognizione di causa, in quanto appunto, come dipendente -per quanto nell'area di amimnistrazione e non di produzione - ho visto un turnover di amministratori delegati con le idee più strampalate: chi per ridurre i costi ci ha tagliato le stampanti stabilendo che il numero ottimale era di una macchina ogni sette persone, così ora dobbiamo fare attenzione a non stamparci addosso l'un l'altro, chi ha deciso invece che la cosa più importante da fare, come prima azione da amministratore delegato entrante, era di ufficializzare a tutti i dipendenti, tramite circolare interna, come si scrive una lettera commerciale! E non sto scherzando! Rigorosamente usare il carattere arial, formato 11, allineamento a sinistra senza alcun rientro, alla maniera anglosassone! Roba che se la si racconta in giro non ci si crede, eppure è stato così (va da sè che naturalmente queste cretinate sono state abbandonate non appena l'A.D. in carica è stato fatto fuori, e cioè dopo pochi mesi di altre cazzate simili, quali pensare che anche le fotocopiatrici di cui usufruivamo noi dipendenti  erano troppe e andavano decimate, salvo però fare rifare per se stesso il pavimento del suo ufficio  in parquet!). 
Quando dico che Marchionne è un vero manager, intendo dire che non si è dedicato a queste assurdità solo per far vedere che faceva qualcosa e beccare poi il suo bel pacco di quattrini salutando un anno dopo, ma ha messo mano ai conti, ha tagliato, venduto, pensionato e pre pensionato (purtroppo sì), ha rinnovato parco macchine e parco..dipendenti, insomma, ha compiuto scelte dolorose e spesso impopolari per tutti, ma ha salvato l'azienda.  La Fiat ora è una azienda sana con delle vetture, e con dei motori, che non hanno nulla da invidiare a nessun altro concorrente europe più blasonato. 
E se lo dice Obama, c'è da crederci!

lunedì 27 aprile 2009

Sapete chi è l'elegante signora raffigurata nella foto a fianco?
No, non è la nonna di Helena Rubinstein.
E' un avvocato.
Londinese. O meglio, siciliano, ma residente a Londra, causa matrimonio con un autoctono. Specializzato in cause di maltrattamenti ai minori et similia.
E ormai avete capito chi è. E' Simonetta Agnello Hornby, portata agli onori delle cronache letterarie col romanzo che l'ha fatta conoscere al mondo, per quanto non fosse il suo primo lavoro come scrittrice. La mennulara.
Ed è infatti proprio della Mennulara (cioè la raccoglitrice di mandorle, in dialetto siciliano) che vorrei parlare
Non ho conosciuto i lavori della Agnello Hornby tramite questo celeberrimo romanzo, ma tramite uno più...negletto, quasi dimenticato, in confronto: La zia marchesa.
Un romanzo che ricorda molto il Gattopardo sia per il luogo di ambientazione, sia per il periodo storico preso in considerazione e forse anche un po' per lo stile, che ricorda vagamente Tomasi di Lampedusa. Nel romanzo della Agnello la storia d'amore è più marcata e predominante rispetto al contesto storico ed alla narrazione dei cambiamenti storici in una Sicilia che pian piano sta vedendo scomparire il potere dei vecchi latifondisti per l'affermarsi sempre più pregnante di connivenze politico-borghesi che fungeranno da background per il nuovo potere nascente, la mafia. Ma è un romanzo che coinvolge, mai pesante, che si legge volentieri e si ricorda, come anche "Boccamurata", che però mi sembra ricorrere troppo allo scandalo sensazionalistico per attrarre attenzione e che trovo comunque meno immediato.
Non così coinvolgente la Mennulara, che ho trovato pesante e macchinoso, quasi astruso, direi, sfociante a volte nell'assurdità al limite del grottesco, soprattutto nell'ultima parte.
Così mi chiedo: quali strategie fanno portare un romanzo mediocre, secondo me, agli onori delle cronache e uno migliore nel dimenticatoio? Quali tattiche editoriali sono state portate avanti per spingere un prodotto piuttosto che un altro? Forse si fa un sondaggio sull'utenza media di lettori e si valuta quanto siano lettori "onesti" e quanti invece abbiano bisogno di artifici letterari, di misteri alla Dan Brown o altre sciocchezzuole per riuscire a terminare un libro?
Ad ogni modo a me gli scritti della Agnello, e in fondo anche "la mennulara", piacciono: la consiglio!



domenica 26 aprile 2009

L' Himalaya. Il Nepal.
Un monaco solitario che percorre un sentiero tortuoso.
Sono immagini che nell'immaginario collettivo evocano pensieri di quiete, meditazione, saggezza. Forse, anzi sicuramente, alla ricerca di tutte queste cose, ho comprato e letto l'ennesimo libro sul tema, anche se questo, dal titolo, sembrava un po' diverso: "Il monaco che vendette la sua Ferrari", di Robin Sharma. L'accenno alla Ferrari faceva presagire un libro ironico, divertente, che magari dicesse le solite cose ma in un modo meno ordinario, più ironico, chissà!
E invece no.
Sono veramente le solite cose dette nella solita maniera. Quali "solite cose"? Beh, la solita paccottiglia new age, mischiata ad un pot pourri di discipline orientali, mescolando tecniche indiane, giapponesi, cinesi, consigli di buon senso e suggerimenti semplicissimi per arrivare ad una vita appagante, liberi dalla schiavitù del lavoro, ricchi, felici e addirittura...ringiovaniti!! Uno scherzo, dice l'autore tramite il protagonista del suo romanzo-saggio: trova più tempo per te, non farti triturare dal lavoro, dedica più tempo ai figli, concentrati sul presente, aiuta gli altri, definisci chiaramente i tuoi obiettivi.
Ah, e io, cretina, che non lo avevo mai fatto!! Che ogni mattina mi scapicollo al lavoro dopo aver lanciato il mio bimbo all'asilo, che ho l'ansia se non riesco a terminare il mio lavoro per le giuste scadenze e arrivo a casa stanca morta e con poca, se non nulla, voglia di giocare a con mio figlio. Eppure, leggendo questo libro, parrebbe tutta colpa mia: sono una vera incapace, incapace di gestire il mio tempo, le mie occupazioni, i miei stati d'animo, tutto.
Lì per lì la voglia è stata di buttare questo libro dalla finestra o rifilarlo a qualche "amica". Poi mi sono detta...ma..e se avesse ragione lui, l'autore (che, guarda caso, di professione non fa il monaco, ma il personal coach, cioè, per miserrime cifre, aiuta gli altri a riordinare la propria vita, insomma, un santo)? Se almeno ci provassi, a prendere le cose con un più mistico distacco, se provassi a non affannarmi per tutto, se dedicassi parte del mio tempo ad analizzare la mia giornata e a pensare a cosa vorrei veramente realizzare in questo breve tempo chiamato vita? Vorrò mica fare dichiarazioni dei redditi per tutta la vita? A pensarci bene, la cosa mi sconvolge: ecco perchè, in fondo, non mi ci sono mai soffermata più di tanto sul "come" passo le mie giornate e come mi guadagno il pane! E ora che ci ho pensato, sapete che faccio? Vendo la mia Ferrari e me ne vado sull'Himalaya! Non mi cercate.



mercoledì 22 aprile 2009


E restando sempre in tema di scuola mi viene in mente un pensiero: le mense scolastiche.
Fanno schifo. O almeno le mense scolastiche che conosco io, e cioè quelle delle scuole primarie dell'infanzia e della scuola materna (in parole povere, degli asili nido e degli asili dai 3 ai 6 anni). O meglio, sono perfette, equilibrate, studiate da dietisti con tanto di diploma, sane, genuine, attentamente bilanciate con un esatto apporto settimanale di carboidrati, verdura, frutta e proteine, così come prescritto dalla sanissima "piramide alimentare". Aboliti quasi completamente i grassi, i fritti, il sale; tutto con il medesimo sapore: di nulla. Il cibo che viene propinato ai nostri bambini non ha alcun sapore nè odore, è semplicemente poco più che bollito, non stuzzica il palato, specialmente in età in cui il rapporto col cibo è in genere abbastanza disastroso, le verdure vengono rigorosamente servite lesse, sia che si tratti di spinaci, zucchini, carote o qualsivoglia altra verdura, e il sale è in quantità così modiche non insaporisce per nulla queste tristissime vivande. Risultato: i bimbi avanzano praticamente tutto, a parte il primo, sempre gradito se in bianco. Qual è infatti, il bimbo di età media 4/5 anni che si butta a capofitto su un piatto di spinaci bolliti senza sale o di carote "rapè" (crude e tagliate, praticamente) o sul sedano rapa in insalata (ma senza quasi olio e sale)? Un bimbo marziano, sicuramente! E infatti il cibo resta per la maggior parte nel piatto, e quando andiamo a prendere i nostri pargoli per merenda ci implorano ...una fetta di salame, o dei salatini (il mio mi chiede queste cose!!), o un po' di nutella! E noi, sapendo che a pranzo hanno praticamente fatto digiuno, a cena li rimpinziamo di cotoletta impanata, ovetto al padellino (orrore: col burro!) e torta (confezionata: la preferita dei bambini, che quasi mai gradiscono le casalinghe torte della mamma, alte sei dita e soffici come uno pneumatico sgonfio). Così, i cibi che la nostra scuola non si vuole assumere la responsabilità indicibile di servire ai nostri figli, vengono ingurgitati la sera, quando invece si dovrebbe stare belli leggeri per favorire il riposo. Ma non sarebbe ora di smetterla con questo eccesso di cazzate salutistiche? Non hanno il diritto anche i bimbi, al pasto di mezzogiorno, quello a cui si arriva più affamati e che deve fornire il carburante per tutto il pomeriggio, ad assaporare qualcosa di gustoso, di un minimo condito, che stuzzichi il loro svogliato appetito? Le nostre autorità scolastiche, nel voler evitare che i bimbi mangino "porcherie", hanno trovato il modo di risolvere alla radice il problema: i bimbi non mangiano niente!

martedì 21 aprile 2009

Vedete questa bella immagine? Recita " No kappa - Io scrivo in italiano".  Magari non farò (più) parte dei giovani che scrivono "sei" (cioè voce del verbo essere, seconda persona singolare, tempo presente, modo indicativo) con un "6" o che scrivono "che" (il quale) tramite un Ke, ma in fondo perchè dovrei farlo? Il mio vecchio "ottimo come forma e contenuto " regolare che prendevo al liceo in italiano e  latino me lo impedisce. E ora ho trovato un libro, in realtà non sulla lingua italiana ma sulla scuola italiana, interessante e amaramente vero. E' di Paola Mastrocola e si intitola "la scuola spiegata al mio cane".  In una pagina leggo: "Io non voglio vivere in un mondo dove la metà della gente scrive " un po'  " senza apostrofo e l'altra metà lo scrive con l'accento!" L'autrice, una insegnante torinese , si riferisce in realtà alla letteratura italiana, che però non può non prescindere dalla lingua italiana, dalla corretta lingua italiana. Ricchissima, con mille sfumature e sfaccettature,  così lontana da quell'inglese di cui ci andiamo vantando di saper parlare, capire, utilzzare, che poi non è neanche "vero" inglese, perchè ripulito da tutte quelle forme idiomatiche o altre particolarità che,  quando le sentiamo pronunciare da un Vero inglese non ci capiamo nulla: parliamo un semplice inglese internazionale (come se l'inglese non fosse già abbastanza semplice, di per sè), da lavoro, modellato su una sintassi molto semplice (pardon, avrei dotuto scrivere "essenziale" o "efficace"), con un vocabolario settoriale (del settore che ci riguarda, nel 99 per cento dei casi il settore è amministrativo o commerciale) e con un accento alla Sandro Paternostro (pace all'anima sua!), cioè senza un minimo della nenia, un po' noiosa, tipica dell'inglese vero. Un inglese finto! E ne andiamo pure fieri! Quando Claudio Baglioni era ancora un po' borgataro, cantava una canzone che diceva "viva l'Inghilterra, ma perchè non sono nato là..". Ecco, mi sembra che ci facciamo la figura di tanti piccoli borgatari  che sognano la mitica Avalon, dei poveracci, ecco. E già Carosone cantava "tu voi fà l'Americano, ma sei nato in Italyyy...sient'a mme, nun ce sta nient'a fà, okkey napulita'.."

giovedì 16 aprile 2009

Il mare.
Nessun commento.
Nessun post.

Non serve

mercoledì 15 aprile 2009

Come promesso, ecco un'opera prelevata dal sito www.agostinoarrivabene.it.
Lui è il pittore vero, quello di professione e di passione di cui al mio post precedente, ma soprattutto mio amico (nonostante non ci vediamo da lustri et decenni) e me ne vanto. Me ne vanto perchè Agostino non è un imbrattatele, come quelli che conosco io, e come me stessa, in fondo, pittrice dilettante della domenica, anzi, del giovedì sera, quando vado, come la classica Fantozzi, al circolo dopo-lavoro dell'azienda in cui lavoro(una a caso..). Agostino è bravo veramente, e già da piccolo disegnava figure in movimento perfettamente, con tanto di paesaggio di contorno. Ricordo di aver letto una frase detta da Picasso su se stesso che suonava più o meno così: "a 13 anni dipingevo come un pittore adulto; ci ho poi messo tutta la vita a disegnare come i bambini" (prova ne è il dipinto "la prima Comunione" dipinto appunto da Picasso a 14 anni: andatevelo a vedere).
Ecco Agostino io lo ricordo così: da bimbetto, senza lezioni, senza esercizio, solo per il suo talento, disegnava già perfettamente la figura umana, figuriamoci il resto.
Complimenti ad Agostino  per il talento, di cui non si ha merito, ma maggiormente per il fatto di averlo curato  e approfondito. Non mi oso fare commenti sulla pittura di Agostino: Cézanne ormai è "andato" e non mi può più cazziare, ma Agostino, per fortuna, no!  Chi guarda il suo sito giudicherà da se stesso.


martedì 14 aprile 2009


Su Facebook ho ritrovato, oltre a Paola,  di cui al post precedente, anche un altro "vecchio" amico, sempre dal vivaio di spotorno. 
Agostino.
Lui è un pittore, un pittore VERO; mica come me. Lui è un professionista, fa solo quello, lo fa di mestiere e di passione. Con tanto di mostre, recensite da Sgarbi, e menzioni varie su riviste specializzate tipo "Arte Mondadori" etc. etc. Se Agostino mi darà il permesso, indicherò anche l'indirizzo del suo sito ufficiale perchè tutti possiate avere un assaggio della sua bravura (p.s. per Paola: è il cugino di Elena, ricordi?)
Ma non è per i quadri ora che parlo di Agostino ma perchè lui ha introdotto, su Facebook, un "argomento" che mi ha sempre interessato. 
Rol.
Gustavo Adolfo Rol.
Nutro un'ammirazione e un ..timore reverenziale sconfinato per questo....uomo...ormai anche lui diventato uno "spirito intelligente", espressione che indicava la sua filosofia e a lui cara, da diversi anni, ma che ha lasciato una impronta indelebile nel panorama del paranormale.
"Se ne parli anche male, basta che se ne parli", no, argomentava Machiavelli.
E per Rol di sicuro è  così.
I suoi detrattori nel tempo sono stati infiniti, primo tra tutti Piero Angela, così come i suoi "sostenitori" (il premio nobel per la fisica Rubbia, Fellini, Einstein .. eh, sì, Rol era vecchiotto!)
ma nessuno ancora è andato a fondo della sua ricerca, dei suoi esperimenti, come lui li chiamava. Secondo Rol, tutti abbiamo, chi più, chi meno, le doti, le potenzialità per fare ciò che lui fece, solo con l'applicazione costante e la dedizione assoluta e continua.
Come lui fece, dedicando una vita intera solo alla ricerca di un contatto, di una relazione tra le cose, tra i colori, le note, e tutto ciò che ci circonda. 
Anche Rol era un'artista. E non solo perchè era un buon pittore, anche se non professionista, ma perchè a me,  e come penso a molti, dà un'impressione di speranza. Leggendo dei suoi esperimenti, ci si convince che c' è qualcosa oltre, chiamiamolo Dio, chiamiamolo trascendente, chiamiamolo energia o spirito intelligente. Ma c'è qualcosa. E qualcosa rimane, di noi e dopo di noi. Non siamo così soli, gli amici, i genitori, quelli che ci hanno preceduto dall'altra parte non sembrano essere così lontani o addirittura non più esistenti. Personalmente, quando sono giù di corda, e ripenso ai miei genitori, alla mia amica Paola e ad altri che non sono più qui, prendo uno dei tanti libri su Rol che ho e leggo. E mi sembrano di nuovo un po' vicini. Fosse anche solo per questo,  grazie Rol:  questa è la tua arte.

lunedì 13 aprile 2009

Un quadro.
Non mio.
E' Cézanne, il ponte di Maincy.
Da quando l'ho visto la prima volta in foto, ancora meno che ragazzina, Cézanne è il mio pittore del cuore. E lo è tuttora. 
La foto non rende giustizia alla luminosità indescrivibile   delle infinite tonalità di verde  stese a "pacchetti", a piccoli blocchettini che si fondono armoniosamente e che fanno di un soggetto trito e ritrito, come un ponte su un corso d'acqua,  un'opera straordinaria e moderna, come ho anche potuto ammirare dal vero in una mostra nella sua città natale, Aix. Un vero genio, Cèzanne; non dotato di particolare talento nel disegno, nella linea, è invece maestro nel "disegnare dipingendo", cioè di arrivare alla forma, appunto, al disegno, tramite il colore,  quel colore della natura, della sua Aix -en-Provence, che rende uniche le sue tele.
Non mi piacciono le sue nature morte, per quanto studiate e sofferte ( a volte studiava il soggetto per giorni interi, prima di iniziare il dipinto) nè tantomeno le sue figure che, per quanto sublimate e asessuate (tutte le serie delle "bagnanti") mi ricordano effettivamente degli ippopotami, per dirla con i suoi detrattori.
Ma è una gioia per gli occhi guadare e ammirare i suoi paesaggi, il verde luminoso e cangiante dei prati e dei boschi, l'azzurro intenso del mare di Marsiglia,  la luce del suo Mont Saint Victoire, immortalato decine e decine di volte ad ogni ora del giorno, in ogni stagione.
Non è il soggetto che conta, ma la ricerca del colore, delle forme, dell'unione del soggetto principale con l'ambiente circostante, per formare un dipinto che sia un tutto unico, soggetto e ambiente.
Bravo. 
Anche quando tutti gli dicevano che faceva schifo e persino il suo migliore amico, Zola (che evidentemente era un manico in letteratura ma un po' meno in pittura) lo ridicolizzò in un suo scritto, lui continuò nella sua ricerca del colore e dei volumi. E il tempo gli ha dato ragione.

sabato 11 aprile 2009


Ho appena finito di leggere un libro: l'autrice è l'australiana Debra Adelaide e il tomo si intitola "la manutenzione della vita vera" ma il titolo in lingua originale è "the household guide to dying". Forse, se avessi letto subito il titolo in inglese non lo avrei comperato, anche perchè io ho un modo particolare di scegliere i libri: vado in genere alle Bancarelle di Via Garibaldi, qui a Torino, o meno spesso, per motivi di parcheggio alla libreria di Via Roma, e chiappo un libro qualsiasi che mi ispiri un minimo; apro alcune pagine a caso e cerco un..."segno del cielo", un qualcosa, un riferimento magari ad un momento particolare della mia vita, o a un nome, a un episodio, insomma, un qualcosa che mi dica.. "ecco, sono io, sono il libro per te, prendimi!".
Quando ho aperto questo libro, come prima cosa ho letto: "... hai due possibilità: o consideri la cottura lenta un'occasione per rallentare la tua vita, per esempio non correre più a lavorare ogni mattina, smettere definitivamente di lavorare, sedere fuori a goderti i tramonti ... o butti via la pentola di terracotta e ti godi il momento presente..." Eccole, le tre parole magiche: "non correre più a lavorare ogni mattina"! Visto che in questo periodo il mio unico pensiero fisso pare essere "come fare soldi senza dannarmi l'anima per andare al lavoro e facendo magari pure quello che mi piace", ho pensato che questo era il libro per me in quel momento! E l'ho preso subito, l'ho comprato senza esitare. Ma ora che l'ho comprato, spero proprio che NON sia un libro per me e non mi mandi alcun segnale divino: è una storia triste, per quanto condita di sarcasmo e ironia, che condensa la storia di due morti. Ma l'autrice ha avuto un colpo di genio, e trasforma questi eventi in una....guida pratica! Divertente, nella sua amarezza di base!
E brava Debra, per la bella pensata!

mercoledì 8 aprile 2009

Il "mio" maestro di reiki (detesto usare il termine "mio" per dire il "mio" parrucchiere, il "mio" terapista et similia, mi sembra che questo modo di dire esprima solo il senso della piccolezza di chi vuole ostentare una intimità con un altro soggetto ad altri non concessa, un privilegio tutto suo concesso per le proprie particolari ed uniche doti, ma nello stesso tempo non mi viene in mente un altro termine così immediato per indicare il maestro da cui sono andata a prendere lezioni di reiki!), alla fine della lezione, verso mezzanotte, nella splendida villa della collina torinese che ospita il suo corso, davanti a un cesto di invitanti pagnottine di farina integrale, noci e uvetta fatte da lui stesso ed a due mega thermos di infuso di fiori e thè verde caldi al punto giusto, ci racconta una storiella: un monaco, davanti a un gruppo di studenti, prende un barattolo di vetro e lo mette davanti a sè. Poi, prende delle grosse pietre, e comincia a metterle dentro, finchè non ce ne stanno più. Poi chiede agli studenti : "ci sta ancora qualcosa?" "No", rispondono loro. Allora il monaco prende della ghiaia e la fa scivolare dentro, negli spazi lasciati dalle pietre, e riformula la stessa domada agli studenti: "ci sta ancora qualcosa?" Gli studenti, che han capito, rispondono, "probabilmente sì, ci starà ancora qualcosa". Il monaco allora prende della sabbia e la fa scivolare nel barattolo, poi aggiunge ancora dell'acqua, finchè il barattolo non è completamente pieno. Finito ciò chiede agli studenti: "qual è la morale di ciò che avete visto?" e quelli rispondono: "che non conta quanto ti impegni, potrai sempre fare di più". Ma il monaco replica: "no, la morale di questo barattolo è che se non metto per prima le pietre, non le potrò mai più mettere."
E noi? Quali sono le nostre "pietre"? I nostri sogni, il tempo per noi, per i figli, i nostri ideali o le nostre aspirazioni. Queste sono le cose a cui dare la precedenza; se riempiamo la vita con le piccolezze, le cose minori, con la ghiaia o la sabbia, non avremo più modo di pensare alle cose veramente importanti, alle pietre. E non avremo più modi di dedicarvici.

La scrivo così come lui ce l'ha raccontata. Bella, vero? Bisognerebbe tenerla a mente, però!
Un acquerello.
Un mio acquerello.
Anche lui fa parte della mia ordinary life! ,.)